Pesi perdonati e trasfigurati
A pochi giorni dalla conclusione della marcia francescana e del Giubileo, sperimento ancora con chiarezza la gioia di quanto vissuto, ed è bello poterne fare memoria per condividerlo. Attendevo la marcia da diversi anni, ma dovevo perdermi affinché il Signore mi indicasse il momento opportuno (kairós) per prendere la scelta di (ri)mettermi in cammino. Un cammino che non è stato solo fisico, ma soprattutto di cuore.
La marcia, infatti, è stata l’occasione per riprendere il passo, uno dopo l’altro, senza fretta o forzature; tra il freddo ed il caldo, tra vesciche e insolazioni, tra memorie del passato e racconti nuovi. Camminando, allora, mi sono ritrovata con il cuore sempre più sintonizzato con quello di Dio… bussando a Lui per chiedere, per trovare (cf. Mt 7, 7-14) non qualcosa ma Qualcuno. La felicità, infatti, non è mai astrazione, ma ha un nome ed un volto perché trova corrispondenza tra il desiderio di amare e di sentirsi amati.
La nostra marcia ha avuto inizio sul monte della Verna, luogo in cui il serafico Francesco nel 1224 era salito con i suoi pesi, con le sue preoccupazioni e con le sue paure. Come lui anche a noi è stato chiesto di dare un nome al peso che ci atrofizzava, spaventava e bloccava, così da metterlo nello zaino e portarlo nel cammino per trovarne un senso, per rendere grazie, per perdonare e tornare a sperare.
Ciascuno di noi, infatti, in vario modo, ha fatto esperienza del dolore, ma tutti siamo accomunati dagli effetti che la sofferenza provoca: ci si sente immobile, il dolore scava dentro al punto da non trovare più spazio per la meraviglia, al punto da non vedere la bellezza che ti circonda, ma solo ostacoli troppo alti da superare. Allora è fisiologico fermarsi, andare in protezione pur di sopravvivere, e iniziare a chiedersi per che cosa ne valga veramente la pena.
Un lutto, un fallimento, aspettative e progetti disattesi, desideri inascoltati, i nostri “avrei dovuto” e “avrei potuto”, e tutto ciò che rende il cuore statico, senza vita, senza ossigeno. Può accadere di trovarsi come Noemi, donna biblica (cf. Rt 1, 1-22), la quale improvvisamente perde tutto: il nutrimento (il pane), l’amore (il marito), il futuro (i figli).
Davanti alla sofferenza mettiamo in atto molte strategie di sopravvivenza, ma che non aiutano a trovare un compimento nella nostra esistenza; tendiamo, infatti, a negare, sottovalutare, lasciare al passato quel peso che ci opprime.
Eppure, il peso resta lì, e ogni tanto torna e bussa alla porta della vita. Come fare? In questo punto così delicato della nostra esistenza, ci è stata consegnata l’esperienza di Francesco che, proprio sulla Verna, dopo aver versato lacrime per “l’amore non amato” come noi, ha ricevuto le stimmate. Vivere da figli di Dio non significa risolvere il problema, ma chiedere la grazia che quel dolore possa essere trasfigurato.
Nel suo corpo ferito e profondamente malato, Francesco ha avuto la risposta: “il Signore è con te”. Prendi il tuo peso e amalo; accogli le tue ferite e canta, come Maria con Elisabetta, come Francesco con il Cantico delle Creature (che aveva dettato ai suoi compagni proprio dopo le stimmate); loda e benedici come Simeone nel Tempio dopo aver visto Gesù.
Fecondati da queste parole, ascoltate e condivise, è stato bello sperimentare una vita che torna a riscoprirsi e a percepire che c’è una speranza per ciascuno, c’è un bene intuito e conosciuto che ci attende, c’è – nel senso che esiste – una promessa, per me e per te, di un amore grande. In questa consapevolezza, può accadere di fare la strana esperienza di sentire lo zaino leggero, di non sentire la fatica, di percepire che il cuore torna ad essere ossigenato, a battere alla giusta velocità.
Nelle tappe che hanno scandito i nostri giorni di marcia, abbiamo riscoperto che dentro di noi c’è una costellazione, ma abbiamo bisogno di luce e di pace per dare ordine e per vedere bene cosa c’è nel nostro cuore. Ogni peso infatti nasconde una mancanza, piccola o grande che sia, ma che è come un’opera d’arte a cui manca un pezzo al punto da risultare incompleto.
A queste parole ho subito pensato all’affresco di Dono Doni nella Chiesa di Sant’Andrea a Spello – che per Provvidenza abbiamo davvero visitato – L’accettazione della divina maternità di Maria (1565), cogliendo il pezzo mancante nell’abbraccio di cura e protezione con cui Giuseppe accoglie Maria. Tutti desideriamo un Amore così.
Pieni di questa bellezza, siamo arrivati ad Assisi: quanta gioia e che grazia baciare quella terra, per entrare in Porziuncola e consegnare la propria “primizia”, ciò che più si ha a cuore, e sperimentare la bellezza di un Perdono che salva, che ha il sapore della vita eterna, del Paradiso.
La nostra marcia è stata una marcia speciale, diversa dalle altre. Non ci siamo, infatti, fermati alla festa di Assisi, ma abbiamo contemplato la gioia attraverso la virtù della speranza, che ci ha portati a Roma, al Giubileo dei giovani.
Come piccola comunità siamo stati abbracciati dall’universalità della Chiesa. Ed è stato davvero significativo scorgere nelle parole di Papa Leone il sigillo di quanto vissuto nei giorni della marcia: «l’incontro con Cristo Risorto […] cambia la nostra esistenza, […] illumina i nostri affetti, desideri, pensieri».
